Anche dopo la sconfitta “si può e SI DEVE fare”
Dopo l'innegabile batosta elettorale tutti noi pidiini (si dirà così?!?) abbiamo messo brutalmente i piedi per terra e siamo precipitati alla cruda realtà della sconfitta. In fin dei conti, anche se ai nastri di partenza il divario era notevole – 22 punti percentuali – alla fine avevamo cominciato a crederci, ad assaporare il gusto della vittoria insperata, alimentata dalla rimonta incessante e travolgente incensata da piazze sempre più affollate e motivate. Tutti ritenevamo un'altra Italia possibile, fondata sul riformismo vero, sui valori intramontabili della berlingueriana questione morale, sulla legalità, sulle pari opportunità, sulla sicurezza, la solidarietà, l'equità sociale.
La sberla elettorale, come già detto, ci ha svegliato dall'incanto, ma il risveglio è stato ancor più traumatico e doloroso in quanto, all'indomani della sconfitta, i nostri vertici politici non hanno trovano nient'altro di meglio da fare che litigare, individuando in Veltroni l'unico responsabile del risultato negativo emerso dalle urne il 14 aprile scorso.
Lo spettro delle correnti partitiche aleggia minaccioso sui veri bisogni contingenti del nostro neonato partito e contrasta acremente con l'attivismo dei circoli locali, che durante la campagna elettorale si sono spesi fino all'ultimo – forti anche di energie nuove – proponendo iniziative, volantinando capillarmente, parlando alla gente.
Queste grandi risorse che oggi, nonostante tutto, cercano di risollevarsi a fatica, non comprendono e non accettano le liti, la ricerca a tutti i costi di un capro espiatorio utile a mondare il partito da chissà mai quale peccato; un bagno di umiltà sarebbe utile a fare un po' di autoanalisi e dire: se ci fossi stato io al posto di Veltroni avrei parlato a centinaia di migliaia di persone in cento e più piazze d'Italia nell'arco di due mesi? Avrei recuperato uno svantaggio così ampio? Sarei stato in grado di rinnovare il sistema partitico italiano, votato alla frammentazione per cultura e per effetto di una legge elettorale malfatta?
Non pensino i vertici che questo triste quadretto post-elettorale intriso di litigi e rese dei conti giovi all'irrobustimento di un partito che oggi ha soltanto bisogno di radicarsi, di crescere sul territorio, di dare delle risposte concrete alle domande dei tanti milioni di elettori che lo hanno votato.
I circoli sono il filtro attraverso cui passano in modo bidirezionale i bisogni delle persone e le proposte del partito in un processo di costante confronto ed interazione; i circoli oggi non hanno bisogno di interrogarsi sulle inutili querelle da salotto, hanno bisogno di operare sul territorio con serenità e coesione, senza indugio.
Non c'è tempo da perdere se si crede veramente nel riformismo progressista di sinistra per il futuro dell'Italia .
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